26/01/2012

Fa no el "pirlèta...."

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Venezia da scoprire ...

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25/01/2012

La Venezia del ... povero Cristo nonostante i Preti ....

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23/01/2012

Leone da guardia

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Venezia 2007

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22/01/2012

E' morta Suor Bernardetta Perego Missionaria: la "gazzella" dell'Uganda fra la popolazione dei Karamoja

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Missione di Alito

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Missione di Kalongo

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Missione di Morulem

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Ecco una sua intervista pubblicata su Voce Amica - maggio 1988

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(riportata su questo blog l' 8 gennaio 2012)

Cernusco sorprendente, basta osservare: un'altra Madonnina sparita?

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di fronte alla scaletta del Naviglio a Santa Maria

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una piccola Grotta "tappata"

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Cosa conteneva? Sa niente nessuno?

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20/01/2012

Oratorio di via Briantea: la lapide sparita e i nomi dei caduti

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da un mio rilevo fotografico del 1989

 

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ricerca da me effettuata in questi giorni

su Voce Amica del mese di novembre 1928

(Archivio Parrocchiale)


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18/01/2012

Giustizia è fatta: impiccata la colonnina di piazza Matteotti a Cernusco s.n. ...

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Fotografie di Antonella

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Nel 2011 sono stati uccisi 26 Missionari cattolici

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(clikkare sulle immagini per leggere meglio)

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09/01/2012

C'è chi mi chiede di ricordare cosa successe il 2 luglio 1967 ...

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Pezzolato Gian Carlo "Gion-Gion"

 

1967_Antonio_Sepia.jpgMaiocchi Antonio

 

1967 - “SULLE CIME DEL DISGRAZIA”.


Venerdì sera 30 giugno – Oratorio SACER.
Giancarlo, col quale siamo appena scesi dalla Sede del CAI di Cernusco per controllare i “bollini”, mi chiama fuori dal bar: <<Sergio, mio papà ti vuole parlare.>>
 <<Ve racomandi fioi, fe atension … in montagna ghè tanti pericoi …>> Achille, papà di Giancarlo vuole certezza de me per l’indomani partenza al Disgrazia. Posso sol dare assicurazioni teoriche, ricavate dalla Collana “Da rifugio a rifugio” di Silvio Saglio, fresca compera a Milano.
Tranquillizzo papà Achille: <<D’altra parte, Giancarlo è già stato in cima lo scorso anno … ne sa più di me!>>

Sabato 1 luglio – Colico ore 6,00.
A Colico, ci fermiamo per il pieno di michette. Sappiamo che nelle viuzze interne c’è un fornaio diventato tappa obbligata. Entriamo dal laboratorio, sembra riconoscerci. Ogni tanto ripenso a quel momento sublime con Giancarlo che sorride mentre addenta il pane fragrante, ancora caldo …

Sabato 1 luglio - Rifugio Ponti – Notte fonda.
Mai visto un pieno così. Tripli turni per mangiare un po’ di zuppa calda. La padrona del rifugio, anzianotta e cuoca, ha una spiccata simpatia per noi. La sera cantiamo, cantiamo ….
Un gruppetto di “krukki” ci chiede e richiede <<La Mondanara ... la Mondanara, la Mondanara preco…>> Altri c’invitano <<A smetterla ... perché è ora di andare in branda.>> A cuccia? Dove se per noi “giovani” non c’è posto? Con poca solidarietà di montagna, i più scaltri si sono “allargati” e, dove possibile … accoppiati!
L’unico spazio orizzontale per noi è il mezzanino superiore della scaletta di legno: chi se ne importa? Impiccati, felici, spensierati, aspettiamo che tutti trovino posto … <<La Mondanara … la Mondanara …>> Uno addosso all’altro con sincronia di movimenti per girarsi, le coperte comuni sono stese sotto e sopra per necessità, la borraccia e la pila a portata di mano, gli zaini sono accatastati nell’unico angolo disponibile.
La nostra testa s’incunea fra gli interstizi del parapetto, distesi non ci stiamo. Sento il calore e l’umanità dei miei compagni, quasi respiriamo all’unisono. Che bella l’amicizia! Che bello stare insieme! Che bella è la montagna! Chi sente il disagio delle membra rattrappite, formicolanti e compresse?
Antonio e Giancarlo si chiamano, si alzano, non c’è bisogno di vestirsi: lo siamo già tutti. Ci scavalcano e scendono per la scaletta. Lo fanno senza alcun rumore, hanno i calzettoni.
La porta del rifugio, come tutte le porte di tutti i rifugi, scricchiola, escono ... e dopo un po’ ritornano … Mentre si accuccia vicino a me, Antonio, con un filo di voce, sussurra: <<Che bello! Troppo bello! Il cielo stellato sopra di me … >>

Domenica 2 luglio
Voce Amica luglio 1997.
Sul Monte Disgrazia, quella mattina del 2 luglio di trent’anni fa, si consumò una tragedia alpinistica famigliare e umana che ancora oggi molti ricordano.
Ecco come andarono le cose. L’alba, come dice il canto, era “rosa e bella” dopo una notte insonne, come tante altre nei rifugi di montagna. Ci avviammo fin da subito in formazione di cordata due a due, verso la sella di Pioda per la via “normale” al Disgrazia: la cresta sud-ovest.
Affrontammo d’impeto le prime balze quasi senza rifiatare ed io stetti male. Quello, forse, fu l’inizio di una tragica serie di fatalità. Ci scambiammo di posto ed Emilio si attardò ad aspettarmi e si legò a me al posto di Antonio, il meno esperto e più giovane.
Antonio allora si legò a Giancarlo che aveva già fatto il Disgrazia: da quel momento le loro vite si unirono indissolubilmente con la corda. Achille e Giorgio, più forti e veloci, decisero di deviare e attaccare il canalino “Schenatti” che portava quasi direttamente in cima.
La cresta era in condizioni ottime anche se molto esposta. Dall’altra parte si vedeva Chiareggio e perfino la Piana del Lupo dei nostri primi due Campi Sacer. L’alternanza delle tirate di corda mi ha permesso di scattare una stupenda fotografia ad Antonio.
Nel punto in cui il canalino “Schenatti” si congiunge alla cresta, sostiamo: è impossibile proseguire per l’alto numero di cordate che procedono a rilento. Achille e Giorgio, di ritorno dalla vetta poco distante, sono qui con noi.
Ancora scatto fotografie ... Giancarlo Gion-Gion mi guarda intensamente: sarà l’ultima sua foto. Rassicurati dai due nostri amici che l’avevano appena percorso in salita, decidiamo di scendere dallo “Schenatti”. Qualche raccomandazione. Partono Antonio e Giancarlo, poi Giorgio e Achille. Le roccette impediscono la loro vista. Emilio si avvia … Improvvisamente lo sento esclamare: <<No … no … no… >> Tutto si è compiuto in un attimo, non ho visto nulla, ho solo intuito la tragedia che si conclusa con lo schianto terribile contro le roccette alla base del canalino maledetto. Alle dieci di mattina i nostri due amici erano morti.  
Bisognava scendere, ci facemmo forza raschiando a fondo nel corpo e nell’animo fino ad arrivare a qualche metro da loro: era come se dormissero. Non riuscii ad avvicinarmi di più.
Dissi agli altri che toccava a me portare la notizia a casa. Da quel momento, come in delirio, incominciai a correre, giù per la montagna, come un forsennato. C’era già che risaliva la montagna con una barella di soccorso: dal rifugio avevano visto tutto! Incrociai la “mamma” del rifugio che piangeva disperatamente: <<Oh la loro mamma! La loro mamma!>>
Al Ponte del Baffo di Masino ho acquistato tre bottiglie di acqua minerale per bagnarmi continuamente la testa e stare sveglio. La folle corsa terminò sette ore dopo in Sacer, dove arrivai poco prima dei Carabinieri. L’incontro con don Giuseppe fu straziante: non intendeva accettare la realtà di cosa era davvero successo e dovetti ripeterlo alcune volte.  
Andai subito a casa dalla mia mamma: non mi sarei mai perdonato se, nel frattempo, avesse ricevuto qualche notizia che “due ragazzi erano morti in montagna”.
Seguirono polemiche anche strumentali che ho sempre ritenuto infondate. Mi sentivo addosso tutta la responsabilità dell’accaduto.
La montagna ha “vinto” sconfiggendo tutti noi irrimediabilmente.
Seguirono ore tremende per tutti. Ero terrorizzato dal dover incontrare i parenti stretti dei ragazzi morti. I papà Achille e Giuseppe, le mamme Jole e Liberina e le sorelle di Antonio resero, anche nel dolore e disperazione, l’incontro più facile.
Poi il tempo medica tutto con serena e cristiana rassegnazione.

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SULLE CIME DEL DISGRAZIA

Sulle cime del Disgrazia,
in una’alba rosa e bella
ben gioiosa è la partenza
di chi sale per scalar.

I due amici generosi
vittoriosi sulla vatta
son caduti tra i crepacci
con la gioia ancor nel cuor”

Sulle cime del Disgrazia
ghiaccio e neve
rocce al sole
tutti piangon questa sera
non ci resta che pregar”

“Sulle cime del Disgrazia” è un canto di montagna che pochi conoscono. La poesia è di Gianni Arnaboldi. La musica di Bianca Casellato. L’armonizzazione di Tarcisio Noseda.

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I Genitori di Giancarlo, dopo qualche anno, sono tornati a Tolle, nella loro piccola casetta appena sotto il poderoso argine del Po di Venezia, portando con loro i resti di Giancarlo che era rimasto sepolto a fianco di Antonio nel Cimitero di Cernusco.  Molti cernuschesi sono passati da Tolle a trovarli. Papà Achille è morto qualche anno fa.

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Dopo molti anni, le sorelle di Antonio, hanno voluto ricordarlo, pubblicando il “Diario di Antonio” con la prefazione di Mons. Giuseppe Locatelli, a quel tempo Prete dell’Oratorio.

In ricordo di ANTONIO
Nel diario di Antonio - inizialo il 14 gennaio 1967 e concluso a ei mesi di distanza, il 27 giugno dello stesso anno, a pochi a pochi giorni dalla sua tragica morte  in montagna (2 luglio) - é descritto  lo sforzo appassionato e sincero dl un adolescente che ha fatto una scelta radicale di , alla sequela di Gesù.
l fatti e gli avvenimenti  che accompagnano la vita di Antonio sono una chiara  testimonianza di come si deve seguire ilo Signore; la scelta attorno a Gesù non é fatta una volta per sempre, ma richiede di essere continuamente riesaminata e aggiornata, nella costanza e nella fatica, alla luce della fede
Antonio dimostra  di essere  un ragazzo maturo, che si apre intelligentemente a tutti i valori dell’esistenza e ne gusta il fascino; sente prepotente il bisogno dell’amicizia, coglie il valore della famiglia, apprezza il lavoro educativo e formativo della scuola, frequenta l’oratorio con entusiasmo per educarsi alla scuola del Vangelo, concepisce la vita come servizio agli altri e desidera condividere la gioia di essere cristiano con i coetanei – soprattutto con i ragazzi della SACER – per insegnare loro che è affascinante amare e seguire il Signore.
Con il consenso dei famigliari di Antonio ho ritenuto opportuno far conoscere agli amici (e a quanti lo desiderano) questa stupenda testimonianza di fede, in obbedienza all’esortazione evangelica:

“Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt. 5,16).

Sono grato al Signore per avermi fatto incontrare, ancora giovane prete, ragazzi meravigliosi come Antonio, Giancarlo e tanti altri.
Come Assistente della SACER era mio dovere comunicare i valori della fede e della vita ai giovani che la Provvidenza mi ha fatto incontrare. Nonostante i miei limiti, ho cercato di dare tutto quello che potevo per educarli all’amore di dio, del Prossimo e della Chiesa.
Devo però riconoscere che pè molto di più quello che ho ricevuto di quello che ho dato: questa è la logica del Vangelo.

Don Giuseppe, 28 febbraio 1999.

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Il Diario di Antonio è pubblicato su questo Blog.

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08/01/2012

I racconti Missionari del mio prossimo libro: "Come una gazzella" Sr. Bernardetta Perego cernuschese.

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1988 – Come una gazzella
Intervista di Daniela Maccari a Sr. Bernardetta Perego delle Suore Missionarie Comboniane - Pubblicato su “RAGGIO” marzo 1988.

Vent'anni d'Uganda e oggi, qui, a Verona, a continuare la sua offerta e la sua missione per questa terra di martiri canonizzati, terra di nuovi martiri della violenza e dell'odio, terra testimone della dedizione quotidiana, nonostante tutto, di tante persone che vogliono condividere le sorti del suo popolo, collaborare per costruire la pace. Sr. Bernardetta Perego vive questa sua nuova esperienza tutt'altro che facile, tesa alla missione che ha dovuto lasciare solo fisicamente.

In quali missioni hai lavorato, Bernardetta?
<<Ho iniziato nell'ospedale di Kalongo, in sala operatoria; per circa sei anni sono stata a Gulu, nell'ospedale di Lacòr, reparto medicina; quindi ad Aber, tra i Lango. Dopo aver frequentato un corso di specializzazione per la cura del morbo di Hansen, ad Addis Abeba, ho prestato servizio nei due lebbrosari di Alito e Morulèm. Gli ultimi due anni li trascorsi a Lira-Ngeta. Devo dirti però che non si tratta tanto o solo di lavoro, di cure. Importante è il rapporto che instauri con l'ammalato, l'interesse che manifesti per i loro problemi, la tua capacità di ascolto... M'è rimasto un bellissimo ricordo di un musulmano che lavorava nella ferrovia. Si era beccata la febbre nera. Gli sono sempre stata vicino. Quando mi sono accorta che non c'era più niente da fare, gli ho chiesto come dovevo comportarmi con i parenti, se desiderava gli chiamassi un suo capo religioso «No, suora», - mi ha risposto - «Prega pure come sai fare tu, perché una testimonianza di medici e di suore come questa non l'avevo mai sperimentata». Mi sono commossa. Abbiamo recitato insieme il Padre nostro: è stato il nostro commiato.>>

Continua a parlare della tua esperienza come infermiera. È interessante
<<Adesso che mi trovo qui come paziente, capisco quanto sia difficile entrare nella psicologia del malato, farsi carico fino in fondo della sua sofferenza. Eppure, in quei momenti mi sembrava di comportarmi con ciascuno come fosse uno della mia famiglia. «Qualunque cosa hai fatto a tuo fratello, l'hai fatto a me...». Cercavo veramente di servire Cristo nel fratello, di accostarmi come fosse stato mio papà, mia mamma, fratello o sorella, con lo stesso affetto, premura e attenzione. Mi davo da fare per soddisfare e soprattutto prevenire anche i più piccoli desideri, oltre le necessità: offrire un limone, un sorso d'acqua. Sono accorgimenti che fanno più bene di una medicina.>>

Eri là nell'evolversi della situazione politica?
Nel '79 a Lorengedwat, in Karamoja, abbiamo assistito a ruberie, assalti ai negozi da parte dei soldati, della gente, un po' da tutti. Una domenica è venuto a trovarci il capo dell'armata dei tanzaniani e ci ha messo in guardia: “I soldati da tanto tempo sono a 'digiuno' di donne!!!”
In seguito agli avvenimenti che si sono susseguiti dopo il colpo di stato ad opera di Museveni, siamo state costrette a chiudere il dispensario di Ngeta. Con me c'era Sr. Patrizia.
La nostra attività è stata quella di seminare bontà e pace, di incoraggiare alla comprensione e al perdono, di collaborare con i soldati governativi. Un'opera di convinzione tutt'altro che facile.
“Combatteremo fino all'ultima goccia di sangue!” Così ha decretato, per tutta risposta, il capo dei guerriglieri di turno chiedendomi “Voi, ve ne andate?” <<Eh, no! Se non scappate voi, tanto meno noi Missionari.>>
Il Signore ci ha davvero aiutate, ci ha dato tanto coraggio. Eravamo pronte per un'eventuale emergenza, ma non ci è mai passato per la mente di abbandonare la gente. Insieme abbiamo scelto di rimanere fino all'ultimo.

Hai vissuto anche esperienze meno drammatiche, spero.
<<Certo. Quando i malati guarivano era una gioia grande. Ricordo un certo Jacobo, pelle e ossa. “Lo curi lei!” mi disse il dottor Corti. C'è pericolo che rimanga sotto i ferri. Mi sono sentita affidare un tesoro. Ho messo in atto quanto avevo appreso di tecnica sanitaria per il caso: un sondino, la flebo, controllo della pressione. Ho pregato soprattutto. Era un uomo giovane e ce l'ha fatta. È tornato a casa guarito. Ero felice di aver contribuito a ridargli la vita.>>
“Ecco il miracolato di Sr. Bernardetta!”. <<Così mi sento dire un giorno dal dottore. Era lui, Jacobo, affaticato dal cammino percorso da Opit, il suo villaggio, per portarmi una gallinella. Me l'ha offerta quasi con riverenza. Esprimere a parole quello che ho provato e che provo, rievocando queste testimonianze così genuinamente umane, è difficile, quasi impossibile. Pèrdono della loro freschezza e semplicità. È un fatto dei tanti. La mia preoccupazione e i miei interessi sono sempre state le persone. Al di là del servizio in ospedale, trovavo tempo (magari il mio libero), per far visita alla gente dei villaggi vicini. Ce n'era sempre tanta ad attendermi perché li aiutassi. Seguivo le infermiere, le ascoltavo per capire i loro problemi, discuterne insieme, incoraggiarle. Per queste ragazze la vita non è né semplice, né facile.>>

Vent'anni d'Africa. Una bella soddisfazione, sr. Bernardetta!
<<Li sento come un dono del Signore più che una soddisfazione personale... Nella mia nuova situazione, le soddisfazioni umane sfumano via, non hanno senso. Senti che quello che conta è l'es-senziale. Se devo rimproverarmi qualche cosa è quella di non essere stata più generosa. A volte sentivo male alle gambe e .., siamo umani, ho fatto qualche passo in meno anziché in più ... Guardo comunque al mio passato con serenità. Mi sembra di non essermi risparmiata e di aver fatto quello che potevo.>>

E ti par poco?
<<Un anno fa arrivavo qui con una salute a pezzi ..., ma saltavo con le mie gambe, come una gazzella ... Quello che ora sento e vivo fisicamente è ... duro, capisci? E allora chiedo al Signore che questa sofferenza giovi a tante anime, a tutti i fratelli nel mondo. Penso molto alla missione. Mi rivedo su quei sentieri fiancheggiati dall'erba altissima, vedo i bambini che giocano sulle aie delle capanne, la fila dei malati e ... me stessa quando, con calma e pazienza, li mettevo in fila; e anche quando, per lo stesso motivo, la perdevo. Un mio gran sorriso li rassicurava che non ero arrabbiata. Sono qui, ma ... il mio cuore è là.>>